Caregiver contro Caregiver: quando la carenza di sistema produce divisione
di Monica Fiocco – referente CONFAD Campania
Nel mondo dei caregiver emergono tensioni silenziose e crescenti, in linea generale tra coloro che vengono percepiti come “più tutelati” e coloro che si percepiscono come “meno sostenuti”. Una frattura che potremmo sintetizzare, in modo brutale ma efficace, come conflitto tra caregiver “ricchi” e caregiver “poveri”.
Non si tratta, evidentemente, di ricchezza reale. Si tratta di accesso differenziale a misure di sostegno e riconoscimenti formali. In un sistema strutturalmente fragile come il welfare italiano, ogni differenza diventa sospetta. Ogni disparità appare come un’ingiustizia.
È opportuno, tuttavia, focalizzare un punto essenziale: il conflitto orizzontale tra caregiver è il sintomo, non il problema.

Il pensiero binario come rifugio nel caos
Quando una comunità – come quella dei caregiver familiari conviventi – vive condizioni di sovraccarico cronico, invisibilità istituzionale, precarietà economica e isolamento sociale, si attiva una dinamica regressiva: semplificare.
Il pensiero binario – “noi” contro “loro”, “chi ha” contro “chi non ha” – non nasce dalla realtà oggettiva, ma dalla fatica. Diventa un meccanismo difensivo collettivo.
La complessità genera angoscia; la divisione in categorie contrapposte offre un ordine apparente.
Attribuire la responsabilità della propria sofferenza a un’altra categoria, nella percezione del singolo individuo, produce un sollievo temporaneo: il caos diventa spiegabile, il disagio trova un bersaglio. Ma questo sollievo è illusorio, perché non incide sulle cause strutturali del problema.
La regressione nel dibattito
Nel modo in cui talvolta vengono poste alcune rivendicazioni si coglie una sfumatura che, da pedagogista, potrei definire evolutivamente infantile.
Nel pensiero infantile:
• la giustizia è comparativa (“se lui ha di più, io sono danneggiato”);
• le risorse sono vissute come limitate e competitive;
• l’attenzione ricevuta da uno è percepita come sottratta all’altro.
Ma la realtà del caregiving è colma di complessità.
I carichi assistenziali non sono omogenei. Le condizioni cliniche non sono equivalenti. Le reti familiari sono differenti. L’impatto sulla salute psichica ed economica varia in modo sostanziale.
Mettere tutto sullo stesso piano non crea equilibrio. Produce distorsione.
Il costo della frammentazione
Il conflitto orizzontale tra caregiver rappresenta una perdita di agentività collettiva.
Quando i caregiver si dividono:
• si frammenta la rappresentanza;
• si indebolisce la voce comune;
• l’energia si disperde;
• si riduce la capacità di incidere sulle scelte strutturali.
Dal caos qualcuno trae beneficio. Una comunità conflittuale è più facilmente governabile di una comunità unita. La polarizzazione produce impotenza. L’impotenza produce non-agentività.
E la non-agentività è il vero nemico.
Il nodo reale: la fragilità del sistema
La questione centrale è che il sistema nel suo complesso è insufficiente, intermittente, diseguale, spesso cieco rispetto alla reale intensità del carico assistenziale.
Quando il sostegno è strutturalmente solido, le differenze non generano guerra.
Quando le risorse sono esigue e mal distribuite, la rabbia si sposta lateralmente.
Non si tratta di negare le differenze.
Si tratta di comprenderle nella loro complessità, evitando di trasformarle in conflitti identitari.

Ciò che davvero conta: la rete
Tra i caregiver ad alto carico assistenziale, ciò che fa la differenza non è il confronto con altre categorie di caregiver. È la rete.
Una rete che garantisca:
• continuità dei servizi;
• un sostegno economico adeguato;
• il riconoscimento previdenziale del lavoro di cura;
• una comunità che non giudica, ma sostiene.
La presenza che chiediamo, come Confad, è quella di una comunità capace di contenere la complessità senza frammentarsi.
Il vero spartiacque non è tra chi riceve di più e chi riceve di meno. È tra chi è solo e chi è accompagnato.
Riconoscere i diversi gradi di complessità non significa creare gerarchie morali. Significa assumere una postura matura.
Una postura in cui:
• la sofferenza non è una gara;
• la giustizia non si costruisce per sottrazione;
• la solidarietà è più efficace della rivalità.
Il mondo dei caregiver ha bisogno di alleanza, non di competizione. Di pensiero sistemico, non di categorizzazioni semplificanti. Ed è proprio nella capacità di restare uniti nella differenza che una comunità dimostra la propria maturità culturale.
